martedì, 04 aprile 2006

Entro in sede, a passo svelto come al solito, sguardo alto ma dritto avanti a me, volutamente evitando di guardare oltre le pareti di vetro degli uffici. Giro soltanto. Quasi finita la corsa, ad un passo dall'arrivo, quando il traguardo dell'ufficio personale è ad un passo, si compie il mio destino. Il Capo, con la C maiuscola. Il Padrone per usare un termine caduto chissà perchè in disuso. Mi dice di entrare e mi saluta affettuosamente. Poi, davanti a due miei colleghi, responsabili di uno degli stabilimento del gruppo evidentemente reduci da un cazziatone, mi propone come esempio da seguire nella gestione e nella produttività.

Tombola.

Come se non avessi già abbastanza problemi di mio, ora ho due nuovi nemici, responsabili dello stabilimento che finisce i semilavorati prodotti dal mio stabilimento, che da domani contesteranno ogni chilo d'acciaio che gli consegnerò.

A rincarare la dose, Il Padrone sottolinea la mia "giovane età". Quest'ultima non la reggo, farfuglio una battuta del tipo  "vado a scriverle una lettera di richiesta d'aumento" e approfittando della finta ilarità saluto e scappo.

La "giovane età per il ruolo" è il mio incubo ricorrente. A 21 anni vicecapoturno, a 23 capoturno, a 29 direttore. Fortunato, indubbiamente mi sono trovato sempre al posto giusto al momento giusto. Ma a 21 anni, farsi ascoltare da un quarantenne con ventanni d'acciaieria sulle spalle, abituato a spaccare i blocchi di minerale con la mazza, è dura. e lo è a 29 quando da direttore col mito di Berlinguer cerchi di anteporre al comando il dialogo. Quando l'ascoltare un'opinione e cambiare idea di conseguenza è considerata debolezza. (continua...)

postato da: miocapitano alle ore 22:43 | link | commenti (9)
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